Gruppo “Mia moglie” – violenza celata dietro uno schermo

di Alice Sapienza
E se scoprissi che una tua foto privata è stata condivisa online, senza il tuo consenso, da qualcuno di cui ti fidavi?
È il 19 agosto 2025 quando Carolina Capria, scrittrice e attivista sui social, denuncia l’esistenza del gruppo Facebook “Mia moglie”, dedicato alla condivisione di foto intime di partner e mogli senza consenso. Il dato più preoccupante? Contava circa 32.000 membri. Trentaduemila uomini italiani che ogni giorno pubblicavano contenuti sessualmente espliciti di partner ignare: materiale reso pubblico all’interno di uno spazio in cui gli utenti lo condividevano reciprocamente.
Sono numeri allarmanti, così come è allarmante il fatto che questi individui agissero indisturbati dal 2019, causando un numero elevatissimo di vittime. Solo il 20 agosto 2025 la Polizia Postale è intervenuta, a seguito di segnalazioni, riuscendo a far chiudere definitivamente il gruppo per violazione delle policy contro lo sfruttamento sessuale.
Un caso davvero scioccante, che mostra quanto sia diffusa la normalizzazione dell’oggettificazione sessuale femminile e quanto facilmente venga legittimata la violenza. Non si tratta soltanto di singoli episodi: si crea una vera e propria comunità basata su comportamenti devianti condivisi, che sfrutta piattaforme potenzialmente accessibili a chiunque. Si innesca un meccanismo di gruppo in cui i membri si incitano a vicenda, rafforzando e legittimando azioni illegali e profondamente immorali.
L’uso dei social per questi scopi rivela come i partecipanti si sentano protetti dall’anonimato o da identità fittizie e facilitati da una distanza emotiva amplificata dallo schermo. Si crea così una sorta di realtà parallela, in cui si percepisce la possibilità di commettere reati senza conseguenze nella vita reale, con una facilità disarmante. Questo senso di impunità rende anche estremamente complesso individuare i responsabili. Ancora oggi, le indagini sui reati legati alla diffusione non consensuale di contenuti sessualmente espliciti procedono a rilento: per risalire all’identità reale degli utenti è necessario attendere che le piattaforme forniscano i dati alle autorità, una procedura lunga e complessa. Inoltre, molte vittime non hanno sporto denuncia, per un motivo semplice e inquietante: non sono nemmeno consapevoli di essere state esposte. Questo caso, insieme a molti altri simili, dimostra come i sistemi di controllo delle piattaforme social siano ancora insufficienti nel prevenire e contrastare la diffusione di contenuti illeciti. È un sistema di vigilanza che ha fallito e che necessita di essere ripensato, non solo a livello nazionale ma anche europeo.
Ma cosa spinge questi uomini a compiere simili atti? Quali dinamiche psicologiche li accomunano? È evidente il ruolo di un retaggio patriarcale profondamente radicato nella società, ma ciò non può in alcun modo attenuare le responsabilità individuali.
Un contributo utile alla comprensione del fenomeno è offerto dalla Objectification Theory: teoria dell’ogettificazione per cui la donna viene ridotta a oggetto sessuale, privata della propria soggettività e trasformata in qualcosa da esibire ad altri uomini. L’ambiente digitale amplifica questo processo, rendendolo più diffuso e normalizzato. Chi si rende protagonista di questi abusi mostra spesso tratti riconducibili al narcisismo: la totale mancanza di empatia, la ricerca della propria gratificazione a discapito dell’altro, il senso di diritto sul corpo e sull’immagine della partner. Particolarmente inquietante è proprio l’assenza di empatia nei confronti di donne con cui di fatto esiste un legame affettivo e relazionale.
Come racconta una delle numerose vittime;
“Oggi ho scoperto di essere nel gruppo ‘Mia moglie’, senza saperne nulla. Lui si è giustificato dicendo che era solo un gioco. Abbiamo due figli e dieci anni di matrimonio alle spalle. Foto nostre, private, di vita quotidiana. Mi sento spezzata in due.”
È sconvolgente che uomini sposati e con figli possano arrivare a commettere abusi così gravi proprio all’interno delle loro famiglie, minimizzando tutto come un “gioco” o un “passatempo”. Le vittime restano segnate profondamente: tradite da chi avrebbe dovuto proteggerle, esposte al giudizio e all’odio online, consapevoli che difficilmente ci sarà una giustizia pienamente adeguata che imponga pene sufficienti ai loro carnefici.
Una domanda scomoda ma necessaria è questa: se sono capaci di farlo alle proprie compagne, cosa potrebbero fare a tutte le altre donne?
Si tratta di individui pericolosi, e ciò che più preoccupa è il loro numero. Per la portata che questo fenomeno sta assumendo, le pene per reati come il revenge porn dovrebbero essere più efficaci e severe. Nonostante la chiusura del gruppo originale, ne sono già nati altri nel tentativo di proseguire questa attività violenta e illegale, come “Mia moglie 2.0” e diversi gruppi su Telegram, dove la moderazione dei contenuti è ancora più debole.